Il lamento di pulsatilla

Il lamento di pulsatilla

Perché la posizione della vittima è la preferita dai più.

Il simile si curi con il simile, l’enunciato principe dell’omeopatia di ippocratica memoria, è per Hahnemann[1] il risultato di un processo basato sulla continua sperimentazione e come tale deriva da una specifica metodologia e assume una sua specifica semantica. L’insieme dei sintomi patologici evocati nei soggetti sani a seguito della somministrazione di una certa sostanza prende il nome di patogenesi, un termine che nel linguaggio medico allopatico indica invece l’insieme dei meccanismi da cui origina un processo morboso.

La diagnosi in medicina omeopatica classica avviene tramite un colloquio clinico durante il quale il medico indaga le caratteristiche peculiari che possano indicare lo “spettro caratteriale”. Ogni struttura di personalità si muove all’interno di una rosa specifica di rimedi: il soggetto, curandosi, potrà equilibrarsi e migliorare il suo stato psicofisico, il tutto senza mai perdere l’appartenenza al suo “spettro caratteriale”.

Lo spettro caratteriale del soggetto strutturato sul funzionamento vittimistico corrisponde a Pulsatilla, un piccolo fiore viola.
La struttura generale di Pulsatilla è quella di un fiorellino delicato con foglie coperte di peluria. Guarda verso il basso in atteggiamento modesto, oscilla alla minima brezza e si orienta a seconda della direzione del vento. Nonostante il suo aspetto gradevole, non è innocua: tenere in mano un mazzolino può dare eczema.      
         Dal punto di vista psichico Pulsatilla non può stare sola, pur non amando la compagnia: la ricerca perché ha paura di stare sola e può aver l’impressione di essere sempre sola! Vive per essere consolata. Quando le si fa una domanda piange raccontando le sue “disgrazie”, piangendo facilmente e involontariamente. 
Questa è la maschera dietro cui la persona Pulsatilla si nasconde e con la quale si difende. La realtà è che quando si sente calpestata o ferita diventa irritabile ed esplode in eccessi di rabbia. È fondamentalmente gelosa, quando non è più al centro dell’attenzione, coccolata e consolata, può diventare facilmente fredda e indifferente, paradossale e contraddittoria. Sa essere aggressiva e vendicativa.[2]
         Nella vita quotidiana a che tipo di carattere corrisponde questa descrizione? Che tipo di persona funziona così, ma soprattutto perché ha scelto questo tipo di funzionamento? (ovviamente a livello inconsapevole).

Eric Berne, fondatore dell’Analisi Transazionale definisce così il gioco: “Il gioco psicologico è una serie di transazioni ulteriori ripetitive a cui fa seguito un colpo di scena con uno scambio di ruoli, un senso di confusione accompagnato da uno stato d’animo spiacevole come tornaconto finale, in termini di rinforzo di convinzioni negative su di sé, sugli altri, sul mondo”. 
Perché gli esseri umani giocano? Quali sono i motivi per cui si sceglie di relazionarsi con la formula del “gioco” piuttosto che quella dell’intimità? 
“Giocare” è un modo inconsapevole di soddisfare attraverso l’incontro con l’altro la propria fame di stimoli e di riconoscimenti seppure in modo disfunzionale.
In estrema sintesi, nel gioco si preferisce ricevere/dare carezze negative piuttosto che rimanere in assenza di carezze.[3]        
Stephen Karpman ha ideato uno strumento semplice e potente per analizzare i giochi: il triangolo drammatico. Ogni qualvolta giochiamo dei “giochi” entriamo in uno di questi tre ruoli di copione: Vittima, Persecutore, Salvatore. In tutte e queste tre posizioni di gioco, il soggetto non è autentico, cioè non è in contatto con sé stesso e con le sue emozioni naturali. Quando una persona è in uno di questi ruoli, risponde ad un tempo passato e non al presente, utilizza vecchie decisioni derivanti dal sistema familiare (posizioni che l’AT definisce “di copione”) decise da bambino; l’emozione che governa l’azione è un’emozione parassita[4]; il finale del gioco sarà sempre perdente (drammatico, appunto) perché non congruo alla funzionalità del soggetto.       
Ora la domanda arriva spontanea: dato che il “gioco” finisce sempre male e dato che razionalmente dichiaro di soffrire e mi lamento con tutti, perché continuo ad occupare la posizione della vittima? Quale vantaggio profondo e inconscio ricevo dall’occupare questa posizione?   
La maggior parte delle vittime alle quali pongo questo quesito, fanno un salto sulla sedia correndo subito a spiegarmi che non c’è nessun vantaggio, ma che semplicemente sono “sfortunate”, “maledette”, “predestinate”, prive di ogni potere sugli eventi della propria vita!

“Quindi ti aspetti da me che io compia una psicomagia?”

Questa è la mia reazione estemporanea di fronte ad una totale e completa assenza di  responsabilità e potere sulla propria vita.[5]

        Tutti noi tendiamo ad affrontare la vita facendo di preferenza i giochi da una posizione favorita. Non è sempre chiaro a chi lo interpreta, quale sia questo suo ruolo preferito: può capitare che ci comportiamo in un determinato modo e abbiamo invece la sensazione di comportarci in modo tutto diverso. Non è raro, ad esempio, che una persona che si sente vittima, perseguiti in realtà chi gli sta attorno.      
         Pulsatilla è una vittima manipolatoria: piange e si lamenta per ottenere attenzione e ha il grandissimo vantaggio di non doversi mai assumere la responsabilità delle proprie scelte.  Finge di non essere mai forte, dice molto spesso “io non riesco!” È spesso compiacente e risponde ad un imperativo che suona come “sarò come tu mi vuoi perché così mi amerai per forza.”  
La caratteristica basilare della Vittima/Pulsatilla è che non ama la responsabilità, in altre parole cerca di trovare assolutamente un capro espiatorio, qualcuno cui incolpare dei propri errori. La sindrome di Calimero, povero, piccolo e nero!
        Ora veniamo al “come”: in che modo la Vittima manipola?  
La Vittima tende ad instillare il senso di colpa nel Persecutore, poiché ha deciso che è l’origine della sua sofferenza, e cerca di far sì che il Salvatore si attivi nel tentativo di aiutarla. La Vittima è all’inconsapevole ricerca di un Persecutore o di un Salvatore: di un Persecutore con cui alla fine colluderà sentendosi rifiutato o sminuito, di un Salvatore con cui colluderà nel credere di aver bisogno del suo aiuto per pensare o per agire.
È un percorso antico, adottato in età in cui non si vedevano grandi alternative, oppure “imitato” osservando qualche modello familiare. In ogni caso non è il risultato di una scelta libera e consapevole. La Vittima sfrutta questa sua edizione di “povertà” enfatizzandola ulteriormente per ottenere, attraverso questa condizione, il massimo d’attenzione, di riconoscimento e d’aiuto dagli altri. 
La persona che assume questo ruolo tende a lamentarsi per non chiedere direttamente. È in continua posizione d’attesa e di pretesa[6] dagli altri e rimane stupita e offesa quando gli altri non comprendono i suoi bisogni, quando non capiscono i suoi desideri inespressi. La Vittima è ipersensibile nell’interpretare gli avvenimenti come congiure della sorte contro di sé, come ingiustizie che “tutti” fanno nei suoi confronti. Da questa posizione di grande disagio psicologico si passa facilmente al ruolo di Persecutore attaccando e accusando persone e avvenimenti per mettere ordine di fronte a tanta ingiustizia.

        Se stai leggendo con interesse o sdegno queste righe forse il tema ti potrebbe appartenere.

Cosa fare?

  • chiedere non è pretendere: ricorda sempre che l’altro può dire “no”, è un suo diritto. Nulla ci è dovuto, nessuno (!) è venuto al mondo per rispondere alle aspettative di qualcun altro.
  • accettare che tutto il male del mondo deriva da te ha un suo grande vantaggio: così come hai generato l’apocalisse, così come puoi cambiare rotta! Accogliere l’idea di essere il “soggetto attivo” della narrazione ha questo grande potere.
  • iniziare contenendo il lamento: in controtendenza evitare di lamentarsi lascia nuovi spazi di auto-osservazione.
  • Che effetto vi fanno le persone che si lamentano? Se vi generano un certo fastidio, ricordatevi che “vi fanno da specchio”: anche voi generate nell’altra persona lo stesso fastidio. Questo generalmente non crea vicinanza.
  • esercitarsi nell’arte “dell’incasso della frustrazione”: ogni giorno programmare una piccola frustrazione certa. Es. andare dal giornalaio chiedendo se ha del basilico, oppure in cartoleria chiedendo dei francobolli. Aiuta a scoprire che il “no” non uccide e prepara il terreno ad una maggiore fluidità.

Buon divertimento! 


[1] Samuel Hahnemann, medico tedesco nato nel 1755 a Meissen, in Sassonia, tossicologo e farmacologo, inizia a lavorare come medico all’età di 24 anni.

Hahnemann, all’epoca in buona salute, osserva come la china, a debole dose, provochi in lui febbre. Una febbre in tutto e per tutto paragonabile alla febbre malarica (paludismo) combattuta da questa stessa china a dose ponderale.  Capovolge il fenomeno costatato su sé stesso e immagina la possibilità di curare i malati con piccole dosi di china. Enuncia allora l’ipotesi seguente: “Una sostanza, in funzione della sua dose, sarebbe capace di provocare in un individuo sano dati sintomi e di eliminare al tempo stesso sintomi simili in un individuo malato?”.

Nel 1811, Hahnemann inizia a pubblicare i risultati dei suoi test sugli individui sani. Dodici anni di sperimentazione saranno alla fine necessari per tradurre l’ipotesi di Hahnemann in un metodo confermato. Un metodo che si basa sul principio di similitudine, che può essere enunciato nel modo seguente: “Ogni individuo malato può essere curato da piccole dosi dinamizzate della sostanza che provoca, a forti dosi nell’individuo sano, dei sintomi simili a quelli che affliggono il malato”. 

[2] “Materia medica omeopatica”, R. Dujany, Raffaello Cortina Editore, 1988.

[3] Per approfondire il tema delle carezze o di qualsiasi altro punto cardine del modello di riferimento AT, vedi:

  • Berne. E, “A che gioco giochiamo”, Bompiani, Firenze, 2021.
  • Berne E., “Ciao e poi”, Bompiani, Firenze, 2017.
  • .,” Analisi transazionale e psicoterapia”, Astrolabio, Roma, 1971.
  • Novellino M., “L’approccio clinico all’analisi transazionale”, FrancoAngeli, Milano, 2014.

[4] Il concetto di “emozione parassita” è di E. Berne. Purtroppo, lo stesso autore ha scritto poco su questo concetto. In estrema sintesi: In molte famiglie esistono delle regole che inibiscono l’espressione di alcune specifiche emozioni perché considerate socialmente incondivisibili. Ciò conduce un bambino alla sostituzione con sentimenti accettabili dai genitori. Le emozioni richieste nel nucleo familiare che il bambino apprende a sentire e mostrare al posto di altre non ammesse, sono chiamate emozioni parassite.

Il concetto di ciclo di contatto gestaltiano mostra come in una persona sana la tendenza sia si sentire un’emozione, esprimerla, risolvere la situazione che essa genera e muoversi verso qualche cosa d’altro. Si evince quanto sia fondamentale, affinché questo processo possa avvenire, che l’individuo sia in grado di esperire e riconoscere tutta la gamma delle emozioni. Se nell’infanzia un soggetto è arrivato alla conclusione che certi suoi stati d’animo non sono OK, da adulto può non manifestarli o addirittura non essere cosciente di provarli. Ciò conduce necessariamente all’impossibilità di soddisfare il bisogno reale sottostante.

I sentimenti parassiti appaiono manipolatori, sono ripetitivi, stereotipati e mancano di autenticità. La tendenza di ogni individuo è di avere un’emozione parassita favorita, di solito quella che in famiglia è stata rinforzata, che userà in situazioni diverse come modalità sostitutiva per chiedere carezze, invece di chiederle direttamente.

   L’A.T. estrapola tre modalità attraverso le quali un individuo apprende le emozioni parassite:

modellamento: il canale è l’esempio pratico dei genitori

condizionamento operante: attraverso i feedback dell’ambiente.

prescrizione: attraverso l’imposizione esplicita dell’emozione sostitutiva con il disconoscimento di quella naturale.

[5] Occorre precisare che questi (Vittima, Persecutore, Salvatore) sono ruoli “legittimi”, se non sono recitati ma applicati ad una situazione reale. Sono ad esempio ruoli “legittimi” i seguenti:

– vittima: chi è in possesso di una qualifica per un certo lavoro che gli viene invece negato per motivi di razza, di sesso o religione (ad esempio gli ebrei).

– persecutore: qualcuno che di necessità stabilisce limiti di comportamento o il cui compito è far rispettare le regole (ad esempio la polizia).

– salvatore: chi aiuta una persona inadeguata a riabilitarsi e soprattutto a riacquistare fiducia in sé stessa (ad esempio il fisioterapista).

Questi ruoli diventano “illegittimi”, quando sono usati per manipolare gli altri a proprio vantaggio.

[6] la differenza tra chiedere e pretendere è che nel primo caso si accetta serenamente che l’altro possa anche rispondere con un “no” senza percepirlo come un affronto.

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